primi brandelli
non penso che la terra si possa comprare
non voglio dividere il mio orgoglio con un confine
non vorrei che la mia testa finisse dentro un altrimenti
penso che il petrolio abbia poco a che fare con lo sceicco
voglio che mio figlio viva senza paura
vorrei che la filiera dei latticini fosse controllata dai consumatori
il comunismo è pieno di idee interessanti per un mondo giusto
il capitalismo è pieno di idee interessanti
il socialismo reale si mantiene soltanto con la violenza
l’economia di mercato pure
il mondo ha bisogno di uomini vivi
i morti sono molti di più
riverbero
oltre quelle nuvole c’è un riverbero
le vetrate rettangolari del cinema
hanno già emesso il loro verdetto
i colori della vernice sono sbiaditi
la verità è sempre tra i piedi
mentre percorri uno stretto vicolo
ma quando cala un sospiro sulla nuca
essere se stessi pare un atto di fede
senza arcobaleno
non ho vergogna di perdere
se questo hai voluto per me
ora intona pure la tua litania
perché la libertà che ti sei preso
l’ho donata senza pentimenti
ma ogni colore che troverai
esiste solo per merito mio
dove la sabbia si bagna
sono dove la sabbia si bagna
mentre crolla la mia casa
la mia casa senza nessuno
impaziente il rumore dell’acqua
più profonda la risacca
e sono dove la sabbia si bagna
e le gambe non mi parlano
e i miei occhi non si aprono
e non ho ancora visto il mare
solo per lui
è arrivato l’autunno
il mio autunno
l’aria sembra ferma
oppure sono io ad essermi fermata
non lo so
forse è per questo
che il sole mi rimprovera
e il cielo oramai
mi ha dimenticata
mi pare stinto
come un vecchio lenzuolo
steso ad asciugare
anche il mare è indifferente
non gli importa
di scontrarsi con le rocce
ad ogni risacca
mentre si piega di continuo
in grandi onde grigie
adesso che la luce
taglia in due l’orizzonte bianco
posso finalmente capire la sua solitudine
oppure sono io a sentirmi sola
non lo so
perfino il vento
fa finta di non conoscermi
di giorno picchia duro
e di notte vuole mandarmi via
eppure c’è stata una primavera
la mia primavera
e si vedevano gli uccelli
volare fino alle vele
e vicino al castello
ed io potevo sfiorare la gente
che andava nelle strade
ed ogni brezza portava un profumo
ed ogni fiore un colore
ma già scivolo giù
mentre passa un bambino
è solo per lui
che le foglie cadono
la mano del cielo
il mare si rovescia
attraverso un enorme scolapasta
meglio stare alla larga
un insolito rumore di esplosioni
mentre vedo terremoti senza ruderi
osservo la pietra del muro
invidio la sua capacità di adattamento
un’eco verde suggerisce l’attesa
troppo duro questo lavoro
per fortuna non siamo soli
sopra la terra
seduto nel campo arato
non voglio ripararmi dalla luce
sono salito per l’ultima volta
sospinto da tutti i venti del mondo
sono salito per l’ultima volta
nel cielo senza terra
dove per volare puoi solo rimanere
per vivere puoi solo immaginare
sono seduto nel campo arato
non posso ripararmi dalla piena
le scarpe imbrattate di fango
fabbrico una zattera coi sassi
per quando l’acqua sarà più alta
ma una donna vorrebbe tornare
fra le nuvole su la sua mongolfiera
per ammirare insieme il panorama
la pioggia
il davanzale scivoloso
riflesso di un riflesso
si specchia sul soffitto della scuola
la coda di un aereo fa beffa delle nubi
fanali spenti delle auto in sosta
fanno pensare alle persone dietro le finestre
sembra che il tempo scorra per altri protagonisti
conforta l’indifferenza delle piante
nei loro piccoli vasi umidi
l’allegria del rientro
l’acqua calda sulle mani
sentirmi insieme agli altri
nell’identico stupore
per la vita che si muove
se un giorno il cielo non ti riguarda
cammini chiuso attraverso la luce
gli occhi sorpassano tutti i colori
ci sono foglie rugiade e lampioni
ma tu non vedi la differenza
ci sono nuvole vento e ringhiere
ti affacci su cose non senti la voce
accompagnavi il profumo dell’aria
porto alla vita quel tuo sorriso
mi tiene caldo nei giorni d’inverno
ci sono donne che ti amano tanto
vestiti a righe di filo leggero
scelte da fare e da consumare
acqua da bere lacrime amare
amore da dare risposte sincere
sogni e preghiere per tutte le sere
muri di tufo inzuppati di pioggia
il calendario segna i minuti
libri e parole trovate per caso
sugli scaffali danzano titoli
gatti svogliati passano morbidi
cosa pensavo in quei giorni sinceri
prendi una mano andiamo lontano
che ti succede
se un giorno il cielo non ti riguarda
il metro del cielo
mentre misuro il cielo
col metro della città
un oscuro tappeto
copre container di tutti i colori
vedo il retropalco della baia
il suo ferro ruvido
l’asfalto inutile
l’erba testarda
quando un graffio
trapassa l’aria nera
da una distanza impossibile
il castello di tufo sembra di sabbia
sul fondo un anfiteatro
che di giorno non esiste
oceani di mare
monti senza cima
valli senza fondo
anfratti senza nome di un altro demanio
dietro al paravento
faccio finta che ci sei
come qualcuno che sorride
ma non può parlare
alle tre del pomeriggio
una lama attraversa la luce
che arriva in obliquo
da dietro un paravento fatto di tempo
divento il riflesso di un’altra vita
mi rivedo mentre parlo dentro un vetro
e non posso più girarmi da una parte
perché non c’è niente
sul divano di pelle
chi ritorna lentamente
ma un pilastro di cemento
non ruota su se stesso
cammino sul ciglio di un precipizio
però non guardo mai
allora lì davanti ho fatto un muro
sopra ci ho messo tante cose
vorrei darti la mano
per fartele vedere
campione del mondo
stamattina ho scritto due poesie
e ho visto quattro volte i gol dell’italia
ho mangiato due biscotti
ho bevuto mezzo bicchiere di latte ad alta qualità
prima ci ho messo i cereali
poi ho percorso la casa per nove volte
ho immaginato venti vite diverse
tutte mie
in ciascuna ero sempre più felice di adesso
tranne in una
ho immaginato anche due vite di altre persone
ed erano più felici di me
ho detto ben diciannove bugie
tutte a te
tranne una che ho detto a me stesso
dove il mondo esiste
dove vedo uno squarcio di luce il mondo esiste
un palazzo illuminato fra i tanti nell’ombra
un albero una terrazza
una finestra o un tratto di strada inondata di sole
e il mondo esiste
è la certezza di poterlo riavere un giorno per me
come un tempo
quando con gli occhi volavo dappertutto
e vedevo soltanto le cose che amavo
il tappeto di domenica
cosa hai trovato giù in cantina
soliti vecchi giocattoli
maglioni di lana a quadri colorati
poltrone di pelle nera
le parole di tua madre
forse è il caso di operare
come sta il mio bambolotto
vogliamo andare a fare un giro
nell’angolo dietro al tavolo
c’è una bambina che ti invidiava
e parlava solo di cose sentite dai grandi
il mare che bruciava in gola
mentre provavi a respirare
sul pelo dell’acqua
solo da loro eri contento
perché ti sembrava di essere a casa
sul tappeto di domenica pomeriggio
le pietre pomici
guardo il tempo andato
come una roccia
con sopra un miliardo di scritte
ci sono macchie di ogni colore
cappelli stracci e divise
gesti fatti di carta
di persone senza età
talvolta il tempo sembra
non essere mai stato
una discarica senza neanche l’odore
una cesta piena di pietre pomici
esistiamo solo noi
affacciati di spalle
piegati in due dalla fatica
siamo sempre appena arrivati
ma dove sono quei mattoni attorno a me
come occhi dentro uno spazio vuoto
fra chilometri di mura
affogati nelle fiamme
dove sono tutti gli avvenimenti
i cavalier l’arme e gli amori
ruote di pietra sotto i lampi
come paure dei soldatini di piombo
anche noi siamo già nel passato
di un presente pieno
di luci e cannoni
siamo già il futuro
dell’altro ieri
siamo già i padri e i nonni
del dolore che immaginiamo
della gioia che non pensiamo
un’antica leggenda nasce oggi
parla di un altro posto
un po’ più in là
ma il tempo non esiste
l’abbiamo inventato noi
per misurare questo ritardo
un dove un quando
non ci occorrono più
nemmeno il perché
solo un’eco rimbomba dentro
canta per noi dal primo giorno
chiamandoci per nome
uno ad uno
una notte
ti ho vista cadere da un balcone
cadevi sorridendo
cadevi volando e giravi intorno
volevo tenderti la mano
volevo salvarti
ma la mia premura
era la tua pazzia
la mia paura
il tuo sorriso
scendi più veloce
solo la mia mente
vuole un tonfo
alla caduta
del tuo corpo
adesso capisci
quello che va
non si restituisce
ma per mille volte
pure in sogno
andrebbe via
i fili di giangiacomo
Ogni volta che vengo qui
ci trascorro almeno un’ora
Un poco leggo
un poco rimango a guardare la gente
È un viavai che mi affascina
Ogni persona trascina un filo
di cui si può solo intuire l’origine
Prima di tutto il passo e lo sguardo
poi anche i capelli e l’abbigliamento
già dicono molto di quella ragazza
Avrà vent’anni
è magra e bassina
ha un’aria fine ma incerta
Mentre la osservo
una giovane coppia
viene a sedersi accanto a me
Lui legge una guida del medioriente
a lei che non dice una parola
e forse pensa ai mari del nord
Una signora va intanto alla cassa
con sotto il braccio un grande atlante
ennesimo dono al nipotino
cervellone di domani
La ragazza ancora incerta
continua a vagare
dai cataloghi di foto
alle buffe biografie delle rock star
in cerca di un hobby da inaugurare
Io sto sbirciando al piano di sotto
Vedo le zampe
di due ragazzini
con la voglia di fare guai
Con un balzo le piccole fiere
sono già sotto i miei occhi
Il commesso ammonisce
C’è una famiglia con un bimbo
Il padre intuisce la confusione
Con una smorfia fa segno alla mamma
di avviarsi verso l’uscita
Ma un attimo prima di scendere giù
guardando un poster alla parete
il bimbo esclama: “papi, papi,
chi è quel signore
coi baffi e gli occhiali?!”
dopo i lavori
drììn drììn vieni giovanna è tua sorella
mentre quella è preoccupata della bambina
mi assicuro che il profilo dei libri sia ben allineato
salgo e scendo dalla sedia
sistemo con cura ogni volume
vocabolario saggio che sia prezioso interessante
dell’altezza giusta
mensola su mensola
macchie rosse di colore
sottili strisce di cartone
drììn drììn
scrivono cose strane difficili
talvolta inutili
feticci dell’infanzia
miti dell’adolescenza
nuove distrazioni
ti piacciono i mobili di tuo fratello
erano blu quelle maniglie
un raffreddore con febbre alta da due mesi
forse è allergica all’umidità la casa gelida
drììn drììn
signò fra un’ora me ne vado
facciamo venire la dottoressa
mio marito ha fatto il pazzo
perché quella ha detto di no
l’ha minacciata per il telefono
se se la portano un’altra volta
io come faccio mi servono i soldi
cerco una vecchia etimologia
mentre sistemo la lingua italiana
Giovanni Aiello ha 29 anni ed è di Napoli. Attualmente la sua vita si divide fra gli ultimi esami di legge e le collaborazioni con un mensile automobilistico. È giornalista pubblicista già da qualche anno e dopo la laurea gli piacerebbe continuare su questa strada, ma non è l’unica soluzione alla quale medita per il suo futuro prossimo. Inutile fare il solito elenco di passioni ed hobbies, anche se al suo interno ci sarebbe sicuramente la scrittura. Scrive infatti tutte le volte che ne ho voglia, perché si diverte da morire e soprattutto gli fa bene.
venerdì 21 novembre 2008
Conforta l’indifferenza delle piante (Giovanni Aiello)
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